DREAMERS AT WORK

Storie di passione, amore, coraggio e talento. Una fotografia dei valori e dei sentimenti dei sognatori di oggi. Uno sguardo curioso e aperto, al di là di preconcetti e luoghi comuni…

Museo Nazionale Cambogiano

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Il Museo Nazionale Cambogiano, custodito in un pittoresco edificio in stile tradizionale a pochi passi dal Palazzo Reale di Phnom Penh, ha l’altissimo pregio di condensare in una manciata di stanze poste a cornice di una lussureggiante corte interna, la millenaria storia del popolo khmer. Le lontane origini di questa etnia si perdono nella leggenda di un principe indiano in fuga dal proprio regno che solcando i mari giunse nelle paludose terre dell’odierna Siem Rap dove si sposò con una principessa, la figlia del re dei serpenti naga, il quale, come regalo di nozze, bevve tutta l’acqua malsana della regione offrendo alla nuova coppia un solido terreno dove gettare le basi per l’affermazione del primo regno khmer. Come ogni mito fondativo, anche questa leggenda contiene numerose germinazioni proto-storiche, in particolare due eccezionalmente pregnanti: in primo luogo illustra l’immenso debito culturale che i primi regni cambogiani ebbero nei confronti della civiltà indiana pur rapidamente mescolata e confluita nella autoctona cultura khmer rappresentati dal principe indiano e dalla principessa Naga, in secondo luogo pone in evidenza il processo di regolamentazione delle acque, tanto importante in tutte le culture medio ed estremo orientali, attraverso il quale la terra esce come purificata e pronta a essere fertilmente abitata e lavorata.

Tutte queste fasi che preludono all’epoca d’oro dei regni di Angkor, sono ampiamente sviluppate nelle prime due sale del museo che espongono una ragguardevole collezione di statuaria di ispirazione induista, notevoli in particolare i gruppi scultorei di Shiva e di Vishnu, e una serie di iscrizioni sacre o memorialistiche in sanscrito; istruttiva inoltre una ricostruzione  video grafica che rievoca la struttura di laghi, canali, bacini e serbatoi vòlta al controllo delle fasi di piena o di siccità delle risorse idriche della zona.

Sono tuttavia i fasti del grande arco culturale di Angkor, il più’ grande impero nella storia indocinese che scavalca svariati secoli 101226043022Angkor Wat temple
all’inizio del secondo millennio dell’era cristiana, che occupano le sale più interessanti del museo: un processo simmetrico e opposto a quello indiano fece in modo che il buddismo, destinato rapidamente a scomparire dagli orizzonti del subcontinente a favore di una forma sempre più’ assertiva di induismo, si venisse invece imponendo in Cambogia, nella sua accezione altamente umanizzata del teravada, proprio a discapito dell’induismo che aveva fino ad allora costituito il nerbo del pensiero filosofico e religioso della casa regnante e quindi dell’intera collettività. Innumerevoli statue del Buddha, impreziosite da quel sorriso arcaico che discende dalla statuaria indiana e che ancora più giù risale forse alle conquiste alessandrine che si spinsero fino all’Afganistan e sprofondandosi ancora di più nella vertigine dei secoli si apparentano ai misteriosi sorrisi dei kuroi greci, riempiono numerose sale e sono tuttora oggetto di assidua venerazione da parte di monaci o fedeli che si trovano a visitare il museo e che non rinunciano a offrire chi dell’incenso chi una moneta chi un fiore.

Le ultime stanze del museo rappresentano il costante e inesorabile declino che caratterizza la Cambogia degli ultimi 700 anni, una desolante parabola discendente dove le grandi espressioni artistiche della statuaria dell’epoca d’oro e le incommensurabili architetture dei templi si trasformano prima in convenzionale artigianato accademico per degradare poi in mera attività di copiatura delle influenze ora del vicino regno tailandese ora dei conquistatori francesi che ne faranno una loro colonia per quasi un secolo.

Un sentimento di caducità accompagna la conclusione della visita al museo, il sole sta andando a tramontare dietro le anse del Mekong ritagliando nell’aria della sera la mesta figura di un nuovo centro residenziale a più’ piani costruito dalle onnipresenti multinazionali cinesi, nel vasto spazio erboso a lato del palazzo reale un secondo palazzo, ma come in miniatura, si sta lentamente ergendo modellato giorno e notte dalle mani di operai e artigiani: a febbraio sarà qui che si consumerà la cerimonia di cremazione dell’ultima grande e controversa figura del novecento cambogiano, il re Norodom Sihanouk.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 febbraio 2013 da in BlueChina, Storie con tag , , , , , .

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