DREAMERS AT WORK

Storie di passione, amore, coraggio e talento. Una fotografia dei valori e dei sentimenti dei sognatori di oggi. Uno sguardo curioso e aperto, al di là di preconcetti e luoghi comuni…

La battaglia dei Masai contro lo sfruttamento commerciale del loro brand

jumping-masai-warriorsSaranno anche lontani dalla civiltà, dal capitalismo e dalle sue dinamiche, ma fessi proprio no.
Così i Masai, forse la più nota e citata tra le tribù indigene africane che vivono ancora allo stato quasi primitivo, hanno deciso un’azione senza precedenti. Le cui spese, almeno a livello simbolico, potrebbero ricadere su multinazionali quali Louis Vitton e Land Rover.
I Masai stanno infatti sviluppando una class-action contro le aziende che sfruttano il loro nome a fini commerciali, senza riconoscere loro nemmeno un centesimo di introiti.

Le immagini dei guerrieri Masai, abili cacciatori e grandi combattenti, e delle loro donne, adornate con gioielli dai colori sfolgoranti, sono state usate abbondantemente da molti marchi che, sfruttando l’immaginario tribale e incontaminato, hanno sviluppato campagne marketing di grande effetto.
Ma Isaac Ole Tialolo, un indigeno masai originario del Neivasha, regione nella zona meridionale del Kenya, ha deciso di creare un’organizzazione chiamata Iniziativa per il riconoscimento della proprietà intellettuale Masai.
La tribù, insomma, vuole riprendersi il proprio brand.

Isaac Ole Tialolo ha cominciato a girare il mondo per portare avanti la causa del suo popolo, spiegando le ragioni di questa improvvisa rivalsa.
«Noi tutti sappiamo che siamo sfruttati da gente che arriva, ci fa delle foto e prende benefici da questa azione. Siamo stati sfruttati in così tante cose che non si possono nemmeno immaginare», ha riferito Tialolo all’emittente britannica Bbc.
«Noi crediamo che, se qualcuno fa a noi delle foto, ruba simbolicamente il nostro sangue. Se si prende qualcosa che appartiene ad altri e si fa fortuna grazie a esso, è molto molto sbagliato», ha quindi aggiunto.

Stando a Light Years IP, un’organizzazione che si occupa dei diritti di proprietà intellettuale dei Paesi in via di sviluppo, al momento sono circa 80 le aziende che sfruttano il brand Masai in modo assolutamente libero e senza vincoli.
Tra queste spiccano Land Rover, che ha lanciato una serie di accessori chiamati proprio Masai, e la maison Louis Vitton, che ultimamente ha inaugurato una linea Masai con teli mare, cappelli, sciarpe e borse. E se l’idea dell’Africa nera e della vita selvaggia funziona bene tra cittadini danarosi in cerca di emozioni,  per i Masai è una beffa vera: il loro nome è infatti associato a oggetti diametralmente opposti al loro stile di vita.

Le stime di  Light Years IP  valutano che il marchio Masai varrebbe circa 10 milioni di dollari se fosse di proprietà di un’azienda.

Emasai-cricket-warrior almeno una parte di questa somma potrebbe essere rivendicata per garantire forme di reddito destinate alla popolazione tribale.
Nella battaglia a fianco dei Masai a sorpresa si è schierato Paul Boateng, membro labourista del parlamento inglese. Di origini ghanesi (suo nonno era un contadino nelle piantagioni di cacao), Boateng ha dato il via ad African Ip Trust, un’organizzazione che ha tra i suoi obiettivi il riconoscimento della proprietà intellettuale delle popolazioni africane, dando eco all’iniziativa della tribù.

Tuttavia, la battaglia giuridica è complessa. Le regole del diritto internazionale sembrano ammosciare le aspettative di successo. La legge sulla proprietà intellettuale è infatti applicabile alle persone e alle imprese che hanno creato innovazioni, cioè a coloro che hanno depositato brevetti.  Ma in questo caso, secondo gli esperti interpellati dalla Bbc, non c’è alcune brevetto da applicare o far riconoscere.

I legali vicini alla Light Years Ip sostengono che l’unica azione efficace potrebbe essere la creazione di codici di condotta volontari che si battono per la realizzazione di un marchio autonomo legato ai Masai, ai quali le aziende sarebbero costretta ad aderire per non apparire insensibili alla loro causa.
Si tratterebbe insomma di buttarla sul piano morale, per creare una condotta commerciale idonea alla vita della comunità.

Ma non è chiaro nemmeno se gli stessi Masai se la sentano di affrontare la querelle in tribunale.
Prima di passare alle vie legali, infatti, l’azione deve essere discussa dal Consiglio degli anziani della comunità, per decidere in che termini l’eventuale denaro debba essere distribuito: 10 milioni sono molti per una tribù abituata a vivere della sola terra. «Per noi non è una questione di soldi. Ciò che conta è il rispetto», ha precisato Isaac. E i soldi, si sa, portano spesso grane. Anche nelle comunità più pacifiche.

È la prima volta che un popolo africano tenta di recuperare i diritti sull’utilizzo commerciale del suo nome. E tuttavia l’impresa ha precedenti illustri: nel 2012 i nativi americani Navajos hanno vinto la loro causa conto un’azienda americana di jeans e abbigliamento.

fonte: lettera43.it

Annunci

Informazioni su silvioferremi

Giornalista - Blogger - Educatore Professionale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2013 da in Storie con tag , , , , , , .

Seguici su:


Inserisci il tuo indirizzo mail per seguire questo blog e ricevere notifiche sui nuovi post.

Segui assieme ad altri 117 follower

siti
In classifica

Partner

Blog Stats

  • 26.650 visite
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: