DREAMERS AT WORK

Storie di passione, amore, coraggio e talento. Una fotografia dei valori e dei sentimenti dei sognatori di oggi. Uno sguardo curioso e aperto, al di là di preconcetti e luoghi comuni…

“Container 158”

453905841_640Il documentario Container 158 , regia di Stefano Liberti ed Enrico Parenti, prodotto da ZaLab, con il sostegno di Open Society Foundations e il patrocinio di Amnesty international Italia, Consiglio d’Europa ufficio di Venezia e Associazione 21 Luglio, sarà presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema Di Roma

Il campo attrezzato di Via Salone a Roma è il campo rom più grande d’Europa. All’interno vivono 1200 persone – rom di varia origine (rumeni, serbi, montenegrini, bosniaci). Il campo è fuori dal raccordo anulare, non è collegato con i mezzi pubblici e non ha alcuno spazio comune. La distanza tra i container dove vivono le famiglie è di circa due metri. I bambini che vanno a scuola; gli adolescenti che trascorrono le giornate a non far nulla (molti non hanno nessun documento; sono nati in Italia ma non hanno la nazionalità, quella di origine dei genitori l’hanno perduta in seguito all’implosione dell’ex Jugoslavia); gli uomini e le donne adulti che cercano di arrabattarsi con lavori di fortuna. Giuseppe si alza ogni mattina e va in giro col furgone a cercare il ferro. Remi è un meccanico senza officina: aspetta che qualcuno gli porti una macchina da aggiustare. Miriana aspetta invece che nascano le sue due gemelle. Brenda vorrebbe un lavoro ma è senza documenti: è nata in Italia, ma non ha la nazionalità. Né ha quella del suo paese di origine, il Montenegro, che l’ha “scancellata”, come dice lei. Sasha, Diego, Marta, Cruis vanno a scuola ogni mattina. Ma non arrivano mai in tempo: il campo dove vivono è a chilometri di distanza, il pulmino fa ritardo e rimane spesso imbottigliato nel traffico. Attraverso le loro storie, “Container 158” racconta la vita quotidiana al “villaggio attrezzato” di via di Salone, un campo in cui l’amministrazione di Roma ha raggruppato più di 1000 cittadini di etnia rom. Fuori dal raccordo anulare, lontano da tutto e da tutti.

Quando si pensa al popolo Rom prevalgono due modi di immaginare la loro cultura. Una è quella romantica: nomadi ed anarchici che viaggiano per l’Europa cantando antiche canzoni ed incrociandosi con parenti gitani in Spagna o in villaggi Balcani alla “Kusturica” (sempre ballando e bevendo). L’altra è quella negativa: ladri, nullafacenti, parassiti, rubabambini, droga-bambini, chiedi-elemosina, violenti, ecc, ecc. La realtà non è né da una parte né dall’altra, i Rom ormai sono in qualche modo incasellati e resi sedentari da decenni. Per quanto riguarda l’idea criminosa dei Rom, in parte è verità, in parte è frutto di pregiudizio: si scopre che la maggior parte delle famiglie sono indirettamente vittime di micro-mafie e che lottano ogni giorno per portare attraverso lavori umili il pane quotidiano a casa. Otto famiglie rom su 10 sono a rischio povertà. Solo un rom su sette ha terminato le scuole di secondo grado. E in Europa le comunità rom si collocano al di sotto di quasi tutti gli indici di sviluppo sui diritti umani. La storia che abbiamo voluto raccontare parte dunque dalle persone comuni e mira a scardinare i pregiudizi e mostrare cosa vuol dire essere realmente Rom oggi, evidenziare le controversie di questa popolazione “indomabile” e riflettere sul meccanismo che da tempo li forza e li porta sempre più lontano da una riconciliazione con gli altri cittadini. I protagonisti raccontano storie che partiranno dalle semplici attività alla base di ogni essere umano e sono esaminate ed approfondite attraverso le varie fasi e stagioni della vita: infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità e anzianità.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 novembre 2013 da in Cinema, Storie con tag , , .

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