DREAMERS AT WORK

Storie di passione, amore, coraggio e talento. Una fotografia dei valori e dei sentimenti dei sognatori di oggi. Uno sguardo curioso e aperto, al di là di preconcetti e luoghi comuni…

Uganda: Kasha, attivista pro-gay: «È caccia alle streghe, ma io non me ne andrò»

image«È molto triste. La gente ha paura. Con questa legge ci ricacciano nella clandestinità. Siamo tornati indietro di almeno undici anni. Ma non ci arrendiamo. Io non mi arrenderò mai. Che senso ha vivere se non hai la libertà di vivere come sei?». Kasha Jacqueline Nabagesera è la più famosa paladina dei diritti umani in Uganda, l’esponente più conosciuta della comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisex e transgender). Nel 2011 ha vinto il Martin Ennal Ewards, il Nobel degli human rights con sede a Ginevra. È la fondatrice di Farug (Freedom & Roam Uganda). Nel 2011 il suo nome e la sua foto apparvero sulla prima pagina del giornale locale Rolling Stone, accanto ad altri esponenti Lgbt tra cui David Cato. Il titolo chiedeva: “Hang Them”, impiccateli. Cato è stato ucciso a martellate alcuni mesi dopo. Kasha oggi potrebbe lasciare questo paese, vivere all’estero dove ha amicizie e sostegni. In Uganda l’aria per la comunità Lgbt («siamo più di un milione») si fa sempre più irrespirabile: il presidente Yoweri Museveni, 70 anni, al potere dal 1986, lo scorso 20 febbraio ha firmato una legge che covava in Parlamento dal 2009: inasprisce le pene per il delitto di omosessualità, prevede l’ergastolo per i gay e 14 anni di galera per chi li difende. Gli ugandesi sono tenuti a denunciare gli omosessuali alle autorità. Non bastava la discriminazione. Anche la delazione: «La madre della mia compagna l’ha chiamata ieri mattina – racconta Kasha – Ha detto che non vuole più sentirla né vederla».

Quante persone sono in galera o sotto processo per omosessualità? «Direi 35 processi in corso. Un accusato è stato rilasciato venerdì su cauzione. Ma tenga presente che finora la legge prevedeva il reato di sodomia: le persone dovevano essere prese sul fatto. Ed era più difficile condannarle. Adesso è illegale essere gay. Tutto è più vago e dunque più pericoloso». Si aspettava questa deriva? «Sì. Quando anche esponenti dell’opposizione sostengono che per i gay l’impiccagione non è abbastanza e ci vogliono i plotoni di esecuzione, capisci che è difficile». Come cambia la sua vita? Cerco di stare più attenta. Non giro mai sola da un pezzo. Troppe volte mi hanno picchiata. Una volta per strada hanno cercato di tirarci sotto, me e una mia amica. Ci siamo buttate di lato. “La prossima volta non vi salvate”, ci hanno detto. Ma in casa sono tranquilla. È la mia auto-prigione. La proprietà ha muri alti, neanche il padrone di casa sa che ci abito, ho preso un prestanome perché mi ero stancata di essere sfrattata. Viviamo in quattro: io, la mia compagna e una coppia gay». Le organizzazioni religiose vi combattono… «Le sette evangeliche Usa hanno avuto un ruolo influente nell’introduzione di questa legge. Non riescono a ottenere risultati in patria e vengono qua a propagare il veleno dell’odio. Le ho denunciate presso un tribunale americano». La Chiesa cattolica? «Anche loro, naturalmente, ci sono nemici. L’arcivescovo di Kampala si è complimentato con il presidente per la legge. Come pure i musulmani: il gran mufti ha detto una volta che dovrebbero mandarci tutti su un isola del Lago Vittoria e lasciarci morire di fame». Ma è la stessa popolazione ugandese a essere omofobica. Ho appena parlato con una studentessa di psicologia, che fa anche la modella: difende questa legge con passione. Dice che i gay sono mercenari, lo fanno per soldi… Difficile combattere i pregiudizi e la propaganda quando non hai spazio per raccontare la tua storia. Anche i gruppi femministi di qui mi consideravano come la peste: quando arrivavo io, uscivano loro. Ma se trovi il modo di farti ascoltare, allora passano dalla tua parte. Per questo adesso vogliamo pubblicare un giornale. Raccontare chi siamo».

Quello spirito della tolleranza che fu di Mandela
Come il bar che ha aperto nel 2010, l’Isola di Saffo… «Ero stanca di vedere i gay aggrediti o sbattuti fuori dai locali. Ci hanno chiuso subito, è vero. Ma adesso ci riproviamo con il giornale. Se possiamo far sentire la nostra voce, la gente cambierà mentalità». E per cambiare quella della classe dirigente? «Il mondo esterno deve continuare a fare pressione. Ci sono Paesi che vogliono tagliare gli aiuti all’Uganda? Benissimo. Fateli arrivare a chi ha bisogno. Oggi gran parte degli aiuti finisce in corruzione, non alla popolazione. Togliete pure i visti ai politici. Se l’Occidente è immorale, perché vogliono andarci?». Lo stadio di Kampala è dedicato a Nelson Mandela… «Però chi l’ha chiamato così se ne infischia della tolleranza di Mandela, l’umanità, la filosofia dell’ubuntu, la costituzione sudafricana che stabilisce l’uguaglianza di etero e omo. Qui dicono che il rispetto per l’omosessualità non è parte della cultura africana. E Mandela allora di dov’era? Di Stoccolma?».

fonte: corriere.it

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Questa voce è stata pubblicata il 11 marzo 2014 da in Storie con tag , , , , , .

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