DREAMERS AT WORK

Storie di passione, amore, coraggio e talento. Una fotografia dei valori e dei sentimenti dei sognatori di oggi. Uno sguardo curioso e aperto, al di là di preconcetti e luoghi comuni…

Monsignor Romero

RomeroIl Vangelo di oggi ci conferma la tremenda dottrina di Cristo che ci invita a non aver paura della persecuzione, perché credete fratelli, chi si scaglia contro i poveri condividerà il loro stesso destino e noi in Salvador sappiamo qual è il destino dei poveri: desaparecidos, essere catturati, essere torturati e riapparire cadaveri. Mons. Romero

Un piccolo drone sorvola la piazza del Divino Salvatore del mondo mandando le immagini sui grandi schermi. Secondo la Protezione civile sono state più di 280.000 le persone che sabato scorso hanno partecipato alla Messa di beatificazione di monsignor Oscar Romero.

Le sue denunce contro la violenza, le torture e le sparizioni, le sue scarpe impolverate e il suo stare sempre dalla parte di chi ha bisogno, hanno fatto di lui un prete scomodo. Oggi per la Chiesa è un martire, per i campesinos sudamericani e per chi ama la sua figura un santo non ufficiale. Per chi ha ordinato la sua morte la sua colpa è proprio questa: aver rotto il silenzio. Ai poveri dell’America Latina Romero aveva promesso: “Se verrò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

l gesuita salvadoregno Salvador Carranza, racconta: «Quando lo elessero come nuovo arcivescovo, elessero quello che probabilmente rappresentava la parte più conservatrice. L’esercito e i giornali de El Salvador si rallegrarono e così anche Roma. Dicevano: ‘Abbiamo eletto qualcuno che sta dalla nostra parte’». Gli fa eco un altro gesuita Rodolfo Cardenal: «È chiaro che noi non eravamo contenti della sua nomina. Fu il primo ad accusarci pubblicamente di marxismo per l’organizzazione del nostro clero e le nostre convinzioni. Attaccava la nostra stessa teologia della liberazione».

Negli anni ’70 la violenza ne El Salvador diviene spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Lo stesso giorno della nomina di Romero l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

Romero si dà anima e corpo alla causa dei poveri

Quella che da tutti viene chiamata la conversione, l’illuminazione di Romero avviene pochi mesi dopo la sua nomina e precisamente il 12 marzo del ’77 quando viene ucciso il gesuita RutilioGrande da parte delle squadre della morte che lo trucidano con diversi colpi di mitra insieme ad altri due uomini. Il gesuita aveva fatto della sua vita una missione in aiuto dei poveri, soprattutto attraverso la creazione dei gruppi di auto-aiuto dei campesinos.

Giunto sul luogo del delitto Romero impone subito la sua volontà: verrà fatta una sola messa, un solo funerale. E all’opposizione dell’annunziatura, risponde: ‘Questi sacerdoti e il popolo stanno aspettando la messa unificata e la messa si farà?. Da questo momento Romero, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, vede chiaramente le ingiustizie, le repressioni, le torture (anche mentali) e gli omicidi che fino a quel momento avevano subito i poveri salvadoregni. Inizia quindi la sua azione di denuncia che pagherà poi con la morte.

La domenica seguente, il 9 marzo, nella Basilica di santa Marta, c?è moltissima gente: è venuta da diverse parti del Paese per assistere al funerale di Rutilio Grande. Nel corso della cerimonia viene trovato un sacchetto con vari candelotti di dinamite, fortunatamente però non esplodono e gli artificieri della polizia li disinnescano.

Nella sua omelia Romero parla chiaramente delle responsabilità dello Stato e del potere giuridico, nonché delle ingiustizie subite dal popolo salvadoregno. Riguardo al suo ‘cambiamento’ Salvador Carranza racconta: «In quella messa di fronte ai cadaveri Romero era molto commosso; da quel momento ci rendemmo conto giorno dopo giorno che ci trovavamo di fronte a un Romero nuovo che iniziava a denunciare e a parlar chiaro». Apre quindi un’inchiesta su padre Rutilio Grande e chiude per tre giorni scuole e collegi. Istituisce inoltre una commissione permanente in difesa dei diritti umani.

Da questo momento condividere la strada degli umili, ascoltare il grido degli oppressi e lasciarsi evangelizzare da loro, sono i suoi imperativi.

Le sue omelie diventano sempre più famose e arrivano alle orecchie di migliaia di persone che vedono in lui la speranza. Una parte della Chiesa comincia però a lasciarlo solo, additandolo come un ‘istigatore della lotta di classe e del socialismo’.

L’assedio di Aguilares

La situazione politica si fa sempre più critica e intanto il 1 luglio del ’77, il generale CarlosHumberto Romero leader del PCN (Partito di Conciliazione Nazionale), ovvero il centro-destra dei militari nazionalisti, sale al potere con un colpo di Stato. Romero rifiuta di presenziare alla cerimonia d’insediamento perché non era ancora stata fatta luce sulla morte di padre Grande.

Un anno dopo, il 21 giugno del ’78, a Roma Papa Paolo VI lo incoraggia a continuare sulla via intrapresa.

Intanto l’esercito, guidato dal governo, diviene sempre più violento e arriva anche a occupare le chiese, tra cui quella di Aguilares. È mattino presto e nella città iniziano a suonare le campane. Tutta la gente viene svegliata e viene dato loro l’ordine di non uscire di casa. I soldati sterminano più di 200 fedeli e occupano la città a cominciare dalla chiesa che viene profanata, in quanto ‘covo di marxisti infiltrati’, calpestando le ostie con gli scarponi. Viene sparso il terrore: molti sono i cittadini picchiati o incarcerati solo perché in casa tenevano una foto di padre RutilioGrande. I militari per tre mesi non fanno avvicinare nessuno al paese fino a quando finalmente ricevono l’ordine di restituire la parrocchia ai fedeli. «A me tocca il destino di andar raccogliendo violenze e cadaveri e tutto quello che lascia dietro la persecuzione della Chiesa», dice Romero quando lo chiamano ad Aguilares. Arrivato con un gruppo di religiosi e sacerdoti afferma: ?Ci troviamo qui oggi per riprendere possesso di questa chiesa parrocchiale e per ridare forza a tutti coloro che i nemici della Chiesa hanno calpestato. Voglio che sappiate che voi non avete sofferto da soli, perché la Chiesa siete voi. Siete voi il popolo di Dio; Gesù, oggi su questa terra?.

El Salvador subisce un nuovo colpo di Stato a opera dei colonnelli Majano e Gutierrez, il 15 ottobre del ’79.

Romero chiede aiuto

In questi anni la repressione conto la Chiesa non si scatena solamente contro Romero: sei sono i preti uccisi nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 quando altri sei gesuiti vengono uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia. Sui muri delle città si legge: ‘Haga patria, mate a un cura’ (sii patriottico, uccidi un prete), è lo slogan della destra estrema. In tutto i preti che perderanno la vita in quegli anni sono 40.

Nel mondo cattolico più impegnato, a cui Romero presta le sue forze, benché si affermi di non avere ideologie politiche proprie, si preme per un impegno politico per la ‘liberazione’ in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Romero, comunque, cerca più che altro di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo. Per questo viene definito reazionario.

Nel 1979 le omelie di Monsignor Romero ormai hanno raggiunto tutto il mondo, viene quindi candidato al premio Nobel per la pace. L’anno seguente, è il febbraio dell”80, riceve la laurea Honoris Causa dall’Università di Lovanio. In occasione del viaggio in Europa per ritirare la laurea, incontra Giovanni Paolo II e gli comunica le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo Paese sta attraversando. Con sé ha portato un copioso dossier. Ma in quell’occasione riceverà dal Papa solo un paternale rimbrotto: ‘Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese’? e il consiglio di non opporsi in quel modo alla lotta contro la sovversione.

Ma Romero vuole continuare a seguire la sua strada: il 17 febbraio dell”80 scrive al Presidente degli Stati Uniti, James Earl Carter, per chiedere di non inviare più aiuti militari in Salvador. Ma la sua richiesta non verrà esaurita. Durante l’omelia domenicale denuncia di aver ricevuto serie minacce di morte.

Oggi il gesuita Jose Maria Tojeira, dice di Romero: «È stata la cosa più impressionante della mia vita conoscere una persona non solo attraverso quello che vede la gente ma attraverso quello che la gente sente. Questa gente che soffriva terribilmente trovava in Romero la forza per sopportare l’assassinio dei suo figli, la guerra, per sopportare la fame e lottare con tanta speranza. Nella mia vita questo è un caso unico».

La morte

Nelle ore in cui Romero cerca di dare forza agli oppressi, infatti, qualcuno decide per il suo assassinio in una riunione segreta ricostruita da Oliver Stone nel suo film ‘Salvador? (1986).

Al ‘National Security Archive‘ americano di Washington che contiene tutti i documenti della CIA e del FBI resi noti c?è un rapporto datato 21 dicembre 1981, sull’assassinio di Romero. Si legge: ‘La decisione di assassinare l’arcivescovo fu presa in una riunione presieduta da Roberto d’Aubuisson. Durante al riunione tirarono a sorte il nome di colui che avrebbe premuto il grilletto’.

Romero sa che prima o poi lo uccideranno, ha molta paura ma a tutti dice: ‘Spero solo che quando ci proveranno non verranno colpiti degli innocenti’. Intanto in quei giorni le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l’arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano ancora una volta di morte.

Il 23 marzo del 1980, durante la sua omelia Romero afferma: «Desidero fare un appello agli uomini dell’esercito e in concreto alla guardia nazionale della polizia della caserme: fratelli, siete dello stesso popolo, ammazzate i vostri fratelli campesinos. Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice ‘non ammazzare’. Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio!».

Forse è proprio con questo discorso che firma la sua condanna a morte.

La mattina del 24 marzo i seminaristi vanno a prenderlo per farlo distrarre un po’, sanno che è molto preoccupato e lo portano a fare una passeggiata al mare. Un suo amico, Salvador Barraza, racconta di quella giornata: «Andai a prendere Monsignore alle tre e mezza per andare dal medico, ricordo che era molto stanco e glielo dissi. Lui si fece una risata e disse: ‘Il cuore tra una pulsazione e l’altra riposa. E più ne ha più si riposa».

Alla sei del pomeriggio, mentre il sole inizia a tramontare, Romero comincia la consueta messa nell’ospedale della Divina Provvidenza. Ha il volto rivolto verso l’uscita mentre dice l’omelia: ?Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, che in nome di Dio cessi la repressione?. Terminate le sue parole si sposta nella parte centrale della chiesa per l’offertorio, stende il corporale e appena si trova al centro dell’altare si sente uno sparo. Una pallottola partita dalla porta lo colpisce in pieno petto. Romero cadendo a terra afferra il corporale facendo spargere tutte le ostie; alcune si macchiano del suo sangue.

«Corsi ad aiutarlo ? racconta una suora – ma vidi che era impossibile, perché l’emorragia era così forte, il sangue gli usciva dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. Non potevo fare nulla. La mia prima reazione non fu di paura, ma di rabbia. Guardai fuori per vedere chi lo aveva ucciso».

Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime.

fonte: lastoriasiamonoi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2015 da in Personaggi, Storie con tag , , , , .

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